GUERRA: PICCOLE VERITA’, TANTE DOMANDE

 

di Fabio Massimo Parenti

Comitato “Campagnano per la pace”

(pubblicato nel sito www.nonluoghi.it)

 

L’umanità deve porre fine alla guerra,

 o la guerra porrà fine all’umanità

John F. Kennedy

 

 

Si è detto e si dice che il petrolio sia al centro dei motivi che spiegherebbero l’ostinazione degli Stati uniti a bombardare ed invadere l’Iraq di Saddam. Da un’altra parte, però, gli specialisti di questioni geopolitiche sostengono che il petrolio è sì importante, ma secondario, poiché l’obiettivo dell’amministrazione Bush è di ridisegnare il Medio Oriente. E’ vero, gli Stati Uniti vogliono ridisegnare con la violenza il Medio Oriente, nonostante le “cartine geografiche” degli ultimi 50 anni gli siano venute malissimo. Tuttavia, il petrolio, ieri come oggi, non può essere messo in secondo piano, considerandolo solo uno strumento.

In un contesto mondiale segnato da disuguaglianze socioeconomiche crescenti, gli Stati Uniti vogliono forse affermare il loro ruolo di unica superpotenza mondiale, attraverso una politica “imperialista”? Ciò potrebbe spiegare le azioni volte a creare delle aree d’influenza, anche a prescindere dalla motivazione energetica; ma è un’illusione! Senza petrolio, “l’impero” non si muove, il suo motore rimarrebbe senza carburante (almeno fino a quando non vi sarà una totale conversione a favore delle fonti energetiche rinnovabili). Peraltro, la tesi relativa all’esistenza di un “impero” mondiale rischia di farci cadere in una lettura troppo riduttiva del mondo attuale, anche se essa non è priva di verità e di fondamento.

Il mondo è sempre più frammentato. Questa disarticolazione è, paradossalmente, alimentata anche da ciò che va sotto il nome di “globalizzazione”, in cui gli Stati Uniti, e più in generale i cosiddetti “stati-nazione”, hanno a che fare con élites transnazionali sempre più potenti e sempre più svincolate dai governi.

Se consideriamo, inoltre, la letteratura che passa in rassegna le crisi dei sistemi politici nazionali, siano essi democratici o dittatoriali, il potere particolaristico di alcune organizzazioni internazionali (Organizzazione Mondiale del Commercio, in primis), lo sviluppo di regioni sovrannazionali, e tanti altri fenomeni “nuovi” nel panorama mondiale, ci accorgiamo di essere di fronte ad una situazione complessa ed in profondo mutamento.

L’Iraq è uno degli esempi di questa complessità, essendo contemporaneamente: soggetto ad azioni internazionali (NU), protagonista di commerci internazionali, caratterizzato da una popolazione culturalmente diversificata, oltre che da un intreccio tra consenso e dissenso al regime, diviso tra gruppi, clan e tribù.

Attualmente, poi, il paese iracheno è afflitto dagli effetti di 12 anni di sanzioni economiche, che hanno sterminato la popolazione senza intaccare la capacità di Saddam di fare affari; da guerre interne che mostrano un paese tutt’altro che coeso, con un nord ed un sud controllato da clan e gruppi in opposizione al regime di Baghdad (pensiamo alle varie organizzazioni sciite e curde); da un’incerta tenuta dell’esercito di Saddam; da un disarmo rilevante che è documentato dai Rapporti dell’Unscom (commissione Onu per il disarmo non convenzionale dell’Iraq, operante dal 1991 al 1997; nel ’98 emerse uno scandalo sugli ispettori Onu della Cia), e che oggi è ripreso con la distruzione di armi non convenzionali; ed infine, da un collegamento con il terrorismo islamico internazionale non provato: in particolare quello con Al Qaida è considerato dagli esperti inesistente.

Perché allora una guerra in nome delle “lotta al terrorismo? Perché una guerra per il disarmo, quando gli esperti sono convinti che quel poco che è rimasto può essere distrutto e monitorato con aeri spia, satelliti e gli ispettori sul terreno? Perché l’invasione di un paese per eliminare un dittatore, che non ha il pieno controllo della situazione? Non è una regione già abbastanza incendiata da conflitti?

In realtà, se questa regione mediorientale non fosse la più rilevante al mondo, quanto a possibilità di produrre petrolio e suoi derivati, i progetti geopolitici di più ampio respiro, con obiettivi incerti e complessi, non avrebbero ragione di “giustificare” ciò che non vogliamo si verifichi: un’ulteriore aggressione al popolo iracheno.

Quindi, riprendendo la frase esposta all’inizio di questi appunti, crediamo che la geopolitica energetica statunitense, legata al petrolio, o meglio al greggio, sia la chiave di lettura per comprendere le vere ragioni di questa guerra all’Iraq; una guerra dichiarata, preparata ed in via d’attuazione (non solo nei preparativi, ma nei fatti dei bombardamenti angloamericani, che in questi giorni si stanno consumando a nord e a sud del paese).

Naturalmente, per capire qualcosa di più dei meccanismi reali che ci sono dietro l’ipocrita dottrina della “lotta al terrorismo”, dobbiamo parlare d’interessi petroliferi guardando anche fuori dell’Iraq, in particolare in Arabia Saudita. Sapendo, inoltre, che in Medio Oriente gravitano affari e politiche che coinvolgono gli Usa, la Russia, la Cina e la Francia in modo significativo, e che i rapporti di forza fra queste varie potenze sono dinamici e difficilmente sintetizzabili.

 

Tra interessi e menzogne

Le postazioni irachene più interessanti (localizzate nel nord e nel sud-est dell’Iraq) sono l’obiettivo di un grande consorzio di compagnie petrolifere Usa (Exxon Mobil, Chevron e Texano), ma sono anche l’oggetto di trattative fra Saddam e compagnie russe, cinesi e francesi che, nella prospettiva della fine delle sanzioni, hanno avviato business di varia natura intorno al petrolio sfruttato e da sfruttare (ricordiamo che ci sono coinvolte, anche se in misura inferiore, compagnie algerine, indiane, italiane e vietnamite).

Molti paesi hanno, dunque, usato il programma Oil For Food per avviare affari con Saddam, il dittatore che gli Usa hanno bisogno di mettere fuori gioco solo ora, ma che in realtà, oltre ad essere stato un importante partner economico per tutti coloro che hanno guadagnato posizioni privilegiate nel mercato petrolifero iracheno, è stato posto al potere dall’intelligence americana e da essa è stato armato negli anni Ottanta in funzione anti-iraniana.  Al riguardo, riportiamo un passo tratto dal libro di J.M. Benjamin, Obiettivo Iraq, che riassume in parte le menzogne della politica americana contro il terrorismo:

 

Perché questo accanimento contro l’Iraq, allorché dal 1979, data di elezione di Saddam Hussein a presidente della Repubblica, fino al 1990, durante questi 11 anni, c’era stata tra Washington e Baghdad una vera “luna di miele”, con tanti aiuti americani a sostegno dell’Iraq nella guerra contro la Repubblica islamica dell’Iran? Poi, dopo il 2 agosto 1990, ad un tratto, Washington cambia la melodia e canta un’altra canzone; canzone che diventa presto un grido di guerra, denunciando il tremendo regime di Baghdad, una terribile dittatura, una minaccia per l’America e il mondo. Accuse mai formulate durante la “luna di miele” del 1979-1990. Un po’ la stessa sceneggiatura del sostegno ai talebani e a Osama bin Laden: armati, avallati e finanziati da Washington, fino alla rottura che tutti noi conosciamo!

Con la distinzione che l’Iraq, a differenza dei talebani, è una Repubblica laica, con un’ideologia antagonista a quella di Al Qaida, con 750 mila cristiani nel paese, un viceprimo ministro cristiano, e una coabitazione tra cristiani e mussulmani sul modello occidentale, (…).

 

Chiunque prenda il controllo dell’Iraq può scegliere fra diverse opzioni di geopolitica energetica, grazie alla presenza nel paese di oleodotti che sfociano verso il mediterraneo e verso il Golfo Persico. Ma oggi nessuno controlla la totalità del sistema. Un dopo Saddam con una gestione unitaria e coerente sarà quanto mai necessario, nonostante la remota possibilità che ciò avvenga.

Secondo gli Usa, l’Iraq dovrà uscire dall’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec), in modo tale da poter fornire greggio a basso prezzo e diventare l’alternativa all’Arabia Saudita.

 

Perché l’Iraq e non l’Arabia Saudita?

L’aumento della domanda di petrolio negli USA li porterà, in base alle proiezioni più recenti, ad un aumento della dipendenza dalle importazioni di greggio proveniente dai paesi dell’Opec. Tra questi, l’Arabia Saudita continuerà a fare la parte del leone coprendo il 50% del fabbisogno americano. Peraltro, a causa del fatto che l’Arabia Saudita non ha investito a sufficienza per ricoprire questo ruolo, gli Stati Uniti, con un Iraq ed un Iran considerati inaffidabili, non sono più disposti a tollerare una tale arretratezza. Infatti, tra gli obiettivi dell’amministrazione Bush c’è quello di raggiungere una gestione diretta della ricerca e della produzione energetica in Arabia, così come in Iraq, anche se con mezzi diversi.

Ma che cosa rappresenta l’Arabia Saudita per gli americani e per il mondo? L’Arabia Saudita è:

  1. il primo produttore di petrolio al mondo (seguito dall’Iran, Emirati Arabi, Venezuela e Iraq, secondo i dati relativi al settembre 2002);
  2. il paese con le maggiori riserve di greggio accertate al mondo, seguito dall’Iraq;
  3. il paese dell’area maggiormente connesso “all’Occidente”, per la presenza di imponenti filiere finanziarie (contrariamente all’Iraq ed all’Iran);
  4. il paese che può intervenire più velocemente degli altri paesi Opec nelle situazioni d’emergenza. Basti pensare alla recente crisi venezuelana, che si è fatta pesantemente sentire sull’approvvigionamento americano, compensata grazie ai sauditi;
  5. il paese principale fornitore energetico degli Usa, con le riserve di gas seconde solo a quelle russe;
  6. ed infine, il paese in cui sono note e documentate le complicità radicali con le principali reti terroristiche più diffuse nel mondo, tra cui Al Qaida (indagini ufficiali del Dipartimento del Tesoro). Solo per fare un esempio ricordiamo che dall’organizzazione caritatevole “della   moglie dell’ambasciatore saudita a Washington era transitata una somma di denaro poi arrivata nelle mani di due dei sauditi che hanno partecipato alle stragi dell’11 settembre” (“Limes”, n. 1, 2003, p. 21) . 

Se esistesse una vera lotta al terrorismo, l’Arabia Saudita sembrerebbe l’obiettivo più adeguato. Ma anche dal punto di vista energetico-petrolifero, il paese saudita è particolarmente appetibile. Perché allora non colpire l’Arabia Saudita? In realtà, la si vuole colpire via Iraq, ma non tanto per questioni che attengono al terrorismo, bensì, per scardinare, come già detto, l’Opec, puntando ad ottenere maggiore controllo sui giacimenti iracheni e prezzi di petrolio più bassi. In generale, la recessione dell’economia statunitense, molto più remota dell’11 settembre, spiegherebbe gran parte della scelta. Tuttavia, è importante entrare nei particolari, approfondendo i rapporti fra Riyad (Arabia S.) e Washington (Stati Uniti), che consentiranno di capire meglio la strategia Arabia via Iraq.  

 

Washington, Riyad e il terrorismo

Il tentativo di Riyad d’intervenire nella questione israelo-palestinese, il suo potere all’interno dell’Opec (che non ha consentito agli Usa di ottenere il petrolio a prezzi più bassi) e, di conseguenza, più in generale, il peggioramento dei rapporti diplomatici tra gli Usa e l’Arabia giustificherebbe ancor di più un’azione diretta contro Riyad. D’altra parte, però, gli interessi occidentali in e con i sauditi non permettono di dichiarargli apertamente guerra, anzi, Washington deve muoversi con crescente prudenza verso l’Arabia, la quale sta inviando massicci rifornimenti petroliferi per le scorte commerciali Usa.

Quindi, nonostante il “grande interesse per la lotta al terrorismo”, Washington deve bloccare le azioni intraprese nel 2002 nei confronti delle organizzazioni caritatevoli, di matrice saudita collegate alla Casa regnante, che sono le principali finanziatrici della rete di Osama Bin Laden. Gli Usa hanno ripreso a chiudere gli occhi, analogamente a come hanno fatto nel passato, e sembrerebbe che il terrorismo sia, non solo funzionale alla geopolitica americana, ma necessario; così come è eloquentemente dimostrato nel documentatissimo libro del prof. M. Chossudosky, Guerra e Globalizzazione del 2002.

Per il momento Riyad gode della tregua con gli Usa e cerca di riorganizzare la fitta rete di organizzazioni caritatevoli saudite, su cui si basa tutta la forza geopolitica dell’Arabia. Inoltre deve cercare di mettere ordine all’interno della casa regnante, limitando le spinte fondamentaliste antagoniste all’attuale leadership, provenienti dall’interno e dall’esterno. Con la crisi venezuelana e la crisi irachena, Riyad ha rafforzato sia la dipendenza Usa dai giacimenti sauditi, sia la sua influenza nel mercato asiatico nord orientale. Corea e Giappone hanno, ad esempio, trovato la disponibilità di Riyad nella richiesta di un aumento delle forniture. Un bilancio, dal punto di vista economico, piuttosto positivo per l’Arabia Saudita, anche se gli effetti delle possibili azioni Usa in Medio Oriente, in Iraq in particolare, potrebbero rendere precari questi risultati.           

 

Russia, Usa e Iraq in un quadro complesso

La situazione è ancora più intricata se affianchiamo alla riflessione fatta finora altre importanti potenze che gravitano nell’area. Purtroppo, non essendo possibile in questi appunti affrontare il ruolo di tutti gli attori coinvolti, cerchiamo di focalizzare alcuni aspetti del ruolo della Russia che, come Francia, Germania e Cina, è uno dei principali ostacoli per la guerra dell’amministrazione Bush, vista la sua posizione contraria (almeno per il momento).

La Russia e gli Stati Uniti, prima attraverso accordi fra grandi compagnie, poi con l’11 settembre, hanno migliorato i loro rapporti: la prima è riuscita a completare oleodotti fondamentali e ad avviare la modernizzazione della sua rete energetica e di commercializzazione, grazie alla quale il petrolio ed il gas del Caspio sono stati allacciati alla rete di esportazione russa verso l’Europa; mentre i secondi hanno portato a compimento un megaoleodotto pronto a partire con un’ampia gamma di partner. Progetti che non si sarebbero potuti realizzare senza l’alleanza russo-americana (una realtà nuova rispetto alla geopolitica americana prima del 2001) e che hanno, inoltre, consolidato la centralità strategica della Turchia (corridoio principale verso il mediterraneo) e dei paesi dell’area balcanica (corridoi fondamentali verso l’Adriatico ed il nord Europa).  

Nonostante tutto, la Russia non può affiancare gli Usa nella lotta contro l’Opec, poiché, attualmente, essa ha più interessi a salvaguardare ciò che ha guadagnato in Iraq ed a rafforzare le attività in una parte dell’Asia centrale: si fa riferimento ad una regione, con grandi potenzialità energetiche accertate, che s’estende dal nord dell’Afghanistan fino ai confini della Cina occidentale, interessando altri cinque paesi. Quest’area è la nuova frontiera delle dinamiche globali di geopolitica energetica, soprattutto per la crescente domanda mondiale di gas, rispetto al petrolio che è condannato ad un veloce esaurimento entro pochi decenni (a differenza dell’Europa, i cui sistemi economici sono principalmente fondati sull’approvvigionamento di gas, gli Stati Uniti dipendono quasi esclusivamente dal petrolio, il cui regno è il Medio Oriente).

Un altro motivo per cui la Russia ha paura della destabilizzazione dell’Iraq è che gli oppositori di Saddam sono anche gli oppositori di Mosca. Washington, dal canto suo, minaccia i russi, i francesi e i cinesi di tagliarli fuori dalle risorse e dal mercato petrolifero iracheno, una volta preso il controllo dell’area con la forza.  

 

Conclusioni

In questi appunti abbiamo evitato di entrare nel dettaglio dei percorsi dei numerosi oleodotti e gasdotti coinvolti in queste vicende (per una visualizzazione, cfr. bibliografia di fondo). Lo scopo era quello di fornire un quadro sintetico (non esaustivo) di alcune dinamiche ed interessi che spiegano almeno in parte l’accanimento degli Stati Uniti verso l’Iraq ed il loro significativo isolamento.

Soprattutto, speriamo di aver aiutato a comprendere l’infondatezza delle ragioni propagandate, a fronte dei veri interessi che gravitano nella regione e che hanno ha che fare con questioni di dominio, controllo, assetto delle relazioni internazionali, alleanze e conflitti, tutte incentrate sulle materie prime energetiche. Infatti, si colpisce dove non è provato alcun collegamento con Al Qaida e si tralasciano le aree in cui quest’ultima opera e si alimenta. Azioni di guerra legate a questioni di geopolitica energetica ed a interessi economici, che sono perseguiti sotto il pretesto della “lotta al terrorismo”.

Ciò, nonostante il terrorismo, come dimostrato dall’esperienza afghana, trae forza dagli attacchi prevalentemente “occidentali”, trovando sempre più consenso e, quel che è peggio, senza essere seriamente intaccato dalle “guerre preventive” dell’amministrazione Bush, che, come abbiamo visto, sono orientate altrove.  

 

 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

 

Benjamin J.M., Obiettivo Iraq, Roma, Editori Riuniti, 2002.

 

Choussudovsky, Guerra e Globalizzazione, Torino, EGA, 2002.

 

Paolini M., “Il quarto mare”, Limes, Roma, n. 4, 2002.

 

Paolini M., “In Medio Oriente il dopo Saddam è già  cominciato”, Limes, Roma, n. 1, 2003.

 

Per chi volesse approfondire, si consigliano gli articoli usciti nei mesi scorsi sul mensile Le Monde Diplomatique, trad. it. il manifesto.