L’ACQUA: UN PROBLEMA IRRISOLVIBILE?
(Fabio
Massimo Parenti)
L’acqua, così come l’aria, è un elemento naturale che rappresenta l’essenza della vita. Considerando che la vita ha avuto origine e si è sviluppata a partire dall’acqua, l’importanza di questa risorsa naturale è indiscutibile e quasi ovvia: circa i 3/4 del nostro corpo sono composti di acqua e da essa dipendiamo anche per tutte le attività che supportano la vita.
Se è vero che il 71% della superficie terrestre è ricoperta d’acqua, è necessario ricordare che meno del 3-4% del totale è rappresentato dalle acque dolci (tra cui le acque potabili costituiscono una componente ancora minore), che sono quelle di cui abbiamo direttamente bisogno.
Il primo problema che si riscontra è la distribuzione geografica disomogenea delle riserve d’acqua dolce: basti pensare che mentre il Canada dispone di un patrimonio idrico quasi illimitato, l’Egitto ha una disponibilità cento volte inferiore, penalizzato come molti altri paesi del Sud del mondo. Tuttavia, nessuno è mai andato a vivere dove non c’è acqua ed ogni popolo si è organizzato in modo da adattarsi alle diverse disponibilità naturali.
Negli ultimi anni, tre insiemi di cause tra loro
correlate (1. la crescita e la concentrazione della popolazione mondiale; 2. le
attività umane; 3. i cambiamenti climatici) hanno contestualmente contribuito a
generare una serie di nuovi problemi legati all’acqua. Il risultato è che,
negli ultimi dieci anni, alla disuguale distribuzione naturale si è sommata una
situazione di crescente scarsità ed aumento dei costi
d’approvvigionamento. L’entità dei nuovi problemi ha fatto si che, all’inizio degli anni Novanta, l’acqua
comparisse nell’agenda dei problemi mondiali (attraverso varie Dichiarazioni e
Convenzioni internazionali).
Iniziamo sottolineando con forza la caratteristica
più importante dell’acqua: essa è una risorsa rinnovabile. Probabilmente
tutti sappiamo che l’acqua è dotata di una capacità di rigenerazione, ma forse
non tutti riflettiamo abbastanza sul fatto che questa sua caratteristica sia
sempre più inficiata da una gestione intensiva della risorsa.
In caso di carenza d’acqua e di ripercussioni
immediate sulla produzione di cibo, pensare d’importare cibo dall’esterno o
pensare di espandere la superficie agricola non sembrano essere risposte
adeguate. Nel primo caso si aumenta la dipendenza dal mercato mondiale, il
quale non è in grado di garantire la continuità del flusso di alimenti (oltre
al fatto di limitare l’importazione di altri prodotti); nel secondo caso si va
verso il suicidio idrico-alimentare. L’unica risposta possibile è quella di
usare l’acqua ad un ritmo che non superi la sua capacità di rigenerazione.
Per questo
pensiamo che sia di fondamentale importanza approfondire le implicazioni
relative alle attività umane, poiché quest’ultime sono responsabili
dell’inquinamento del patrimonio idrico, del cambiamento climatico che
favorisce la desertificazione di aree che fino a venti-trent’anni fa non lo
erano, ed infine, dell’esaurimento degli stock esistenti. A livello mondiale
l’uso d’acqua da parte dell’uomo è così ripartito: l’8% per usi domestici; il
70% per l’agricoltura ed il 23% per l’industria (di cui il 10% solo per quella
chimica).
Secondo il parere di esperti di ingegneria idrica, le riserve d’acqua esistenti sono sufficienti (pur se sempre più scarse) a soddisfare i bisogni idrici della attuale popolazione mondiale. Ma, come nel caso della questione alimentare, la situazione mondiale ci fornisce dati drammatici:
- circa 1,6 miliardi di persone al mondo non hanno accesso all’acqua potabile (cifra che senza cambiamenti radicali nella gestione della risorsa è destinata ad aumentare a ritmi esponenziali);
- circa il 50% della popolazione dei Paesi in via di Sviluppo (PVS) soffre
di malattie causate da acqua insalubre o cibi contaminati;
- il numero di decessi legati a scarsa qualità di acqua sembra sia intorno
ai 14-30 mila al giorno.
L’uso irrazionale e spregiudicato della risorsa
acqua, nell’ambito delle attività umane, è ciò che deve essere attentamente
studiato, al fine di contribuire alla ricerca di soluzioni alternative (che
come vedremo sono in parte già esistenti).
In questa
relazione, anche in base ai dati quantitativi per settore, ci occupiamo
soprattutto dell’uso d’acqua nel settore primario e nel settore turistico,
mentre trascureremo l’attività industriale (intesa in senso stretto), pur
essendo questa drammaticamente responsabile dell’inquinamento delle riserve
idriche dolci (si veda la necessità d’acqua pulita nell’industria informatica o
l’uso di grandi quantitativi di cianuro nel caso dell’estrazione dell’oro).
Nel 1999 quasi il 10% del raccolto mondiale di
cereali è stato prodotto con acqua pompata dalle falde acquifere sotterranee ad
una velocità insostenibile. Nell’India meridionale, in Cina, negli Usa, in
Africa del Nord e in Messico, la conseguenza è stata il progressivo abbassamento
del livello d’acqua delle falde (in Cina settentrionale si è verificato un
abbassamento di 1-1,5 m. l’anno), con effetti a catena che vanno dalla salinizzazione
a fenomeni di subsidenza (abbassamento graduale del terreno). Vediamo
alcuni esempi particolari:
A) Negli Usa la causa principale di esaurimento dell’acqua dolce è rappresentata dalle coltivazioni di mais e soia destinate all’alimentazione dei bovini e di altro bestiame. Infatti, le monocolture, trattate con grandi quantitativi d’acqua e di input chimici, servono ad alimentare gli allevamenti intensivi di bestiame, che, in ultima istanza, sono responsabili del consumo di quasi il 50% dell’acqua. Un economista americano ha calcolato che per produrre 5 kg di carne bovina è necessario un quantitativo d’acqua che equivale al consumo domestico medio di una famiglia in un anno. Per non parlare poi delle scorie organiche rilasciate dagli allevamenti intensivi: un allevamento medio di 10 mila capi produce tante scorie quanto un insediamento umano di 110 mila abitanti. (Nonostante tutto, il governo federale incentiva gli allevatori, con sussidi e detrazioni, a pompare sempre più acqua dalle falde…).
B) Secondo la scienziata indiana Vandana Shiva, “la distruzione dell’ambiente, causata dalla produzione intensiva di gamberi, è uno dei fattori principali che ne spiega l’espansione nei paesi del Terzo Mondo”. Infatti, i principali produttori di gamberi sono diventati i Paesi del Sud del mondo (tra cui quelli Asiatici e dell’America Latina), nonostante i Paesi economicamente ricchi abbiano allevamenti altamente produttivi e redditizi, oltre al fatto di essere i principali consumatori.
Tra gli effetti più devastanti di tali attività si registra la distruzione di migliaia di ettari di mangrovie per far posto alle vasche per i gamberi. La distruzione di questi ecosistemi costieri ha causato lo spostamento di interi villaggi con problemi conseguenti di malnutrizione ed aumento della povertà. Altri effetti gravissimi sono: la salinizzazione delle falde sotterranee che vengono sfruttate per miscelare l’acqua salata nelle vasche per l’allevamento intensivo (lo svuotamento delle falde facilita l’infiltrazione di acqua salata); oltre alla perdita e l’impoverimento dei terreni per la risicoltura a causa degli scarichi e delle infiltrazioni. Tali attività, dunque, impoveriscono le riserve d’acqua sotterranee: nel ’97 gli abitanti di villaggi costieri indiani riferirono al parlamento di Delhi del fatto che l’allevamento industriale di gamberi aveva creato penuria di acqua potabile in aree che precedentemente ne avevano in abbondanza, alimentando inoltre scontri e lotte per prendere la poca acqua che veniva e viene portata con le cisterne. Nonostante la Suprema Corte ordinò la rimozione di tutta la produzione industriale di gamberetti nelle zone costiere, il governo, con l’appoggio del mondo degli affari (e delle organizzazione finanziarie internazionali), evitò l’applicazione della sentenza; con il risultato che l’allevamento di gamberi continua come prima!
Infine, ricordiamo che l’agricoltura industriale genera, attraverso le monocolture che necessitano di grandi quantità di input chimici, l’inquinamento del suolo e delle acque sotterranee, ma anche dei laghi, dei fiumi e dei mari. Quest’ultimi divengono ricettacoli di quel surplus di nutrienti creato dai sistemi convenzionali di produzione, favorendo l’impoverimento e la morte biologica degli spazi acquei (processo di eutroifizzazione).
Sebbene solo il 17% dei terreni del mondo siano irrigati, questa piccola percentuale produce intorno al 40% degli alimenti, mettendo peraltro a repentaglio la disponibilità d’acqua e alterando gli equilibri pedologici ed idrici (Colombo, 2002). Inoltre, questo tipo d’agricoltura minaccia la metà delle mille zone umide del mondo, considerate vitali dalla comunità internazionale. E’ importante ricordare che, nonostante l’entità del dato, l’agricoltura irrigua non è l’unica forma produttiva. Esistono infatti numerose tecniche alternative, sviluppate localmente dalle popolazioni che vivono in regioni avverse dal punto di vista climatico.
ALTERNATIVE
SOSTENIBILI
Alla base delle alternative produttive agricole vi è la difesa della biodiversità in generale e dei semi in particolare. Ogni popolo ha contribuito a selezionare, attraverso lunghissimi tempi storici, le colture adatte al proprio ambiente. Così si sono sviluppate centinaia di migliaia di varietà di riso e decina di migliaia di varietà d’altre colture: quelle più resistenti al sale nelle zone costiere, quelle resistenti alla siccità nelle zone aride, ecc. L’agricoltura industriale, nell’ultimo secolo, con il suo apporto chimico, le sue monocolture ed i conseguenti danni provocati a discapito della diversità, è la causa principale della progressiva perdita di biodiversità colturale (e non solo).
Tuttavia, anche se poco conosciuti, continuano ad essere numerosi i casi d’innovazione e sperimentazione locale per far fronte alla penuria d’acqua. Per quanto riguarda il riso, ad esempio, soprattutto in alcune regioni asiatiche, si è optato per trapiantare, ben distanziate, le piantine ancora giovani, allagando periodicamente il campo. Contrariamente all’inondazione in blocco che può soffocare le piante, con questo sistema le radici più estese garantiscono una maggiore resistenza alla siccità ed alle malattie, con un minore consumo idrico.
In Niger ed in Burkina Faso (in zone quasi desertiche) si è sperimentato il sistema chiamato “tassas”. Esso consiste nel creare fosse distanziate e colmate con del concime naturale, dopo di che queste fosse vengono riempite con l’acqua piovana e coltivate. Attraverso questa tecnica si è prodotto un surplus alimentare in villaggi dove di solito non si produceva cibo a sufficienza.
Il problema è che la ricerca agronomica convenzionale ha pressoché ignorato queste aree aride (perché concentrata su quelle irrigue). Di conseguenza molte delle strategie alternative dovranno emergere, come già avviene, dall’innovazione locale.
In generale, anche dove non c’è immediata penuria d’acqua, si possono ricordare le tecniche d’irrigazione a goccia, le strategie di recupero delle acque reflue (impianti di fitodepurazione) e dei sistemi tariffari che scoraggino gli sprechi.
TURISMO
DISTRUTTIVO E CONFLITTI
L’industria turistica è l’emblema, a mio avviso, dello spreco e della sottrazione indebita di risorse idriche. Se nel nord Africa l’industria turistica (rispondente alle esigenze di una minoranza di persone dei paesi ricchi) preleva acqua a paesi con risorse idriche limitate, in cui il 40-50% della popolazione lavora e vive di agricoltura-allevamento, come è possibile pensare di rispondere ad un diritto all’acqua? Le multinazionali del turismo rispondono a delle nostre esigenze e noi rispondiamo ai poveri del nord d’Africa con la Carta del diritto e con i Fondi per i rubinetti … Tuttavia, le persone non sono mai andate ad organizzare la propria esistenza in luoghi dove non vi sono risorse; se oggi c’è penuria, le responsabilità ci sono e vanno denunciate per proporre delle soluzioni effettive che partano dai comportamenti!
Nelle coste caraibiche, ad esempio, gli impianti di ricezione turistica hanno causato: la distruzione dei sistemi dunali e delle zone umide (ciò favorisce infiltrazione di acque salmastre nelle falde), oltre alla progressiva distruzione delle barriere coralline e delle popolazioni ittiche, come conseguenza degli scarichi provenienti da alberghi ed altri impianti turistici. Nuovi progetti per il turismo d’élites sono in via di realizzazione nello Yucatan, in altre località messicane e “naturalmente” nel golfo persico.
In Israele le infrastrutture turistiche stanno contribuendo a prosciugare il Mar Morto (negli ultimi 50 anni il livello dell’acqua è sceso di 40 metri- si stima che si prosciugherà entro il 2050).
Alla base dei conflitti legati all’acqua (molti dei quali già in atto) vi è soprattutto la costruzione di dighe e le deviazioni dei corsi fluviali per interessi specifici. La tematica rientra nelle complesse strategie geopolitiche regionali, tanto è vero che si è sviluppata una vera e propria disciplina: la geopolitica dell’acqua. Una delle regioni maggiormente indagate è il Medio Oriente, soprattutto per il grandissimo numero di gigantesche dighe costruite nei pressi delle sorgenti del Tigri e dell’Eufrate (in territorio turco). Questa situazione ha letteralmente favorito la desertificazione dell’Iraq. Infatti, mentre ancora nel 1973 l’Iraq era caratterizzato prevalentemente da paludi e laghi, nel 2000 questo ricco patrimonio idrico si presenta pressoché estinto. Conseguentemente, tra tutti i paesi ed i popoli della regione, molti sono gli attriti e gli scontri legati proprio alla gestione dei corsi d’acqua.
LA QUESTIONE ECONOMICO-POLITICA
Nei paesi ricchi, che sono i maggiori consumatori, l’acqua viene considerata una risorsa importante dal punto di vista economico. Questo ha già generato un aumento di competizione e di rivalità tra i soggetti interessati, che sono prevalentemente privati.
Ad oggi, circa il 95% di coloro che nel mondo hanno accesso all’acqua potabile è servito da società pubbliche di distribuzione, mentre si stima che circa 300 milioni siano le persone servite da distributori privati.
Da 15 anni, in pieno sviluppo del processo di globalizzazione, l’acqua è stata investita da una forte ondata di privatizzazioni, soprattutto nelle grandi città del Terzo Mondo (così come è accaduto alla maggior parte dei servizi per la collettività): Dakar, Casablanca, Giacarta, Città del Messico e Manila sono solo alcune delle realtà in mano ai privati. Dall’altra parte, nei paesi più ricchi, la privatizzazione dell’acqua si è sviluppata su vasta scala prima in Francia e poi in maniera totale in Gran Bretagna (dal 1989). Le principali multinazionali del settore sono: Suez-Lyonnaise des Eaux; la Vivendi; la Saur Bouygues; la Becthtel; Thames Water; United utilities; RWE; Nestlé; Danone; ed infine da poco anche la Coca Cola con Bonaqua.
Quali effetti stanno producendo le privatizzazioni?
Un esempio, tra i tanti possibili, è quello della compagnia francese “Suez” che, insieme alla Vivendi, controlla il 40% del mercato mondiale di distribuzione dell’acqua. Nel 1997 questa multinazionale si aggiudicò un appalto a Manila, dove era stato avviato un progetto di privatizzazione delle acque. La concessionaria locale della “Suez” ha avuto una pessima performance, malgrado il prezzo dell’acqua nella capitale filippina fosse aumentato del 500%. Allorché la “Suez” decise di chiedere al governo un aumento delle tariffe, maggiori garanzie sui prestiti e la riduzione del numero di utenti da servire. Non contenta, la società ha chiesto al governo una compensazione di 200 milioni di dollari per i danni causati alla “madre” dal cattivo operato della filiale locale. Ancora una volta, la domanda di risarcimento (di un’impresa nei confronti di un governo) è finita all’arbitrato dell’OMC, ove il governo filippino viene trattato alla stregua di un soggetto privato (senza la possibilità che i comitati locali possano essere rappresentati) (Tricarico, 2003).
Molte sono le iniziative locali che si stanno opponendo alla logica di privatizzare ciò che deve essere considerato un bene pubblico ed in quanto tale non commercializzabile (uno sforzo particolare è perseguito dal Comitato internazionale per la creazione di un contratto mondiale dell’acqua, che si fonda sul principio che l’acqua è un bene comune dell’umanità).
Il primo caso di vittoria
contro una privatizzazione imposta dall’alto è quello di Cochabamba (città
della Bolivia). Il governo, sotto pressione della multinazionale Bechtel, ha
varato nel 2000 una legge sull’acqua che riconosceva il monopolio all’impresa.
L’opposizione popolare, anche in seguito all’aumento vertiginoso delle tariffe,
ha organizzato varie forme di lotta, riuscendo ad ottenere la
de-privatizzazione ed una nuova legge sull’acqua. In Quebec e a Panama,
analogamente, la società civile è riuscita a bloccare progetti di
privatizzazione dell’acqua.
Bibliografia
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Parenti F.M. et Santori C., “Le risposte alla globalizzazione”, Madrugada, n. 46, 2002.
Petrella R., “Il pianeta dell’oro blu”, Madrugada, n. 24, 2001.
Rifkin J., Ecocidio, Milano, Mondatori, 2001.
Shiva V., Vacche Sacre e Mucche Pazze, Roma, Derive e Approdi, 2000.
World Watch Institute, State of the world
’02, Milano, Edizioni Ambiente, 2002.